di Giovanni Casali, coordinatore editoriale
Le case editrici che non chiedono soldi all'autore esistono e sono la maggioranza di quelle che contano: pubblicano poco, scelgono molto e rispondono con calma. Quelle che chiedono un contributo sono un'altra cosa, e la differenza si capisce in cinque minuti se sai dove guardare.
I soldi si muovono verso l'autore, non dall'autore. In editoria classica l'editore investe: paga la redazione, la stampa, la distribuzione, e si tiene la parte grossa dei ricavi perché ha corso il rischio. Se il flusso si inverte, non sei più davanti a un editore che scommette su di te: sei davanti a un fornitore di servizi. Può andare benissimo, purché tu sappia quale dei due hai davanti.
Il primo è il tempo: se una risposta entusiasta arriva in due giorni, nessuno ha letto il manoscritto. Il secondo è il catalogo: apri il sito e guarda quanti titoli escono all'anno e se hanno qualcosa in comune; un catalogo enorme e senza filo è un catalogo che non seleziona. Il terzo è la richiesta di acquistare un pacchetto di copie, che spesso è il contributo mascherato. Il quarto è la distribuzione: chiedi in quali librerie e con quale distributore, e vedi se arriva un nome o una frase generica.
Non è una bocciatura in partenza: per certi libri di nicchia è l'unica strada perché escano. Ma quattro cose devono stare per iscritto: cosa comprende esattamente la cifra, quante copie vengono stampate e chi le distribuisce, a chi restano i diritti e per quanti anni, e cosa succede alle copie invendute. Se una risposta resta vaga, il problema non è il prezzo: è il contratto.
Si manda il manoscritto e si aspetta. Mesi, non settimane, e molto spesso non arriva risposta: non è maleducazione, è il volume di roba che ricevono. Conta più di tutto il resto mandare la cosa giusta alla persona giusta: un editore che pubblica quel genere, un file pulito, una sinossi che si legge in un minuto. E conta che il testo sia finito davvero, perché la prima pagina decide se ci sarà una seconda.
Noi non siamo una casa editrice e non ci comportiamo come tale: sei tu a pagare noi, e lo diciamo prima, non nella clausola in fondo. In cambio tieni i diritti, tieni i ricavi e decidi tu. Se quello che vuoi è il timbro di un editore, tenta quella strada: è legittima, e nessuno qui ti dirà che è sbagliata. Se quello che vuoi è che il libro esista, fatto bene, entro una data che decidi tu, allora parliamo.
Non è obbligatoria, ma alcuni editori leggono volentieri quello che arriva da un'agenzia perché è già stato filtrato da qualcuno di cui si fidano. Un'agenzia seria guadagna una percentuale quando tu vendi: se ti chiede una quota per leggerti, non è un'agenzia.
Chiedilo tu, per iscritto, alla prima risposta: "il vostro contratto prevede contributi o acquisti di copie da parte dell'autore?". Chi lavora in chiaro risponde in una riga.
Da due mesi a un anno, e il silenzio è la risposta più frequente. Mandare a più editori contemporaneamente è normale e ammesso, salvo indicazione diversa nel loro sito.
Non automaticamente. Essere ordinabile è una cosa, stare fisicamente sugli scaffali è un'altra, e dipende da accordi commerciali che vanno chiesti per nome.
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ti risponde Giovanni Casali, coordinatore editoriale
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