di Giovanni Casali, coordinatore editoriale
Un libro si scrive con il metodo, non con l'ispirazione: una frase che regge tutto, una struttura decisa prima, un numero di parole al giorno che rispetti, una prima stesura finita senza tornare indietro, e una revisione seria. L'ispirazione arriva a chi è già seduto a scrivere.
Prima di scrivere il capitolo uno devi saper dire di cosa parla il libro in una riga, senza "e poi", senza "in un certo senso". Non è il riassunto della trama: è il motivo per cui esiste. Finché quella riga non esce pulita, non è pronto il libro, è pronta solo la voglia di scriverlo. Vale per un romanzo come per un manuale.
Anche chi giura di scrivere di getto una struttura ce l'ha, solo che la scopre a metà e riscrive tutto. Metti giù i punti di passaggio: dove comincia, cosa cambia le cose, dove va a finire. Per un manuale è l'indice; per una storia sono le sei o sette scene che non puoi togliere. Serve una mappa, non una gabbia: cambiarla in corsa è normale, non averla costa mesi.
Fai il conto: cinquecento parole al giorno, sei giorni su sette, sono un libro intero in sei mesi. Chi aspetta il fine settimana libero scrive tre pagine ogni tre settimane e non arriva mai in fondo. Meglio poco, sempre, alla stessa ora, con un obiettivo che puoi rispettare anche nei giorni storti. La costanza produce più pagine del talento.
L'errore che ferma più libri è riscrivere il primo capitolo venti volte. La prima stesura serve solo ad arrivare in fondo: se una scena non funziona, lascia una nota tra parentesi e vai avanti. Un manoscritto brutto e finito si aggiusta; tre capitoli perfetti non sono un libro.
Chiudi il file per due settimane, poi rileggilo tutto in una volta come farebbe un lettore. Poi leggilo ad alta voce: la voce inciampa dove il lettore si annoia, sempre. Taglia gli inizi lenti, le spiegazioni che ripetono quello che si è già capito, gli aggettivi messi per sicurezza. Un buon taglio in questa fase vale dieci nuove pagine.
Il primo capitolo che spiega invece di partire. I personaggi che parlano tutti con la stessa voce, che è la tua. La cronologia che si sfila di un anno perché nessuno ha tenuto il conto. Sono errori invisibili a chi ha scritto e lampanti a chiunque altro: è per questo che esiste il mestiere dell'editor, non perché tu scriva male.
Se hai la storia ma non il tempo, o la competenza ma non la scrittura, la scorciatoia non è mollare: è farsi scrivere il libro parlando. Tu racconti nelle interviste, noi scriviamo, tu approvi capitolo per capitolo. E se il testo lo hai già scritto tutto da solo, allora quello che serve non è un ghostwriter: è un editor, e lo facciamo noi. Mandaci il testo, lo leggiamo e ti diciamo cosa gli serve davvero, anche quando la risposta è che gli serve poco.
Nei progetti che seguiamo noi: un romanzo sta di solito tra le 70.000 e le 100.000 parole, un manuale tra le 30.000 e le 50.000, un memoriale di famiglia anche meno. La lunghezza giusta è quella che il libro chiede, non quella che fa spessore.
Con cinquecento parole al giorno, sei mesi per la prima stesura, più due o tre per la revisione. Chi ti promette un libro in due settimane ti sta vendendo una cosa diversa da un libro.
Serve sapere dove vai a finire, anche solo per cambiare idea consapevolmente. Puoi scoprire la strada scrivendo, ma senza destinazione ti fermi al terzo capitolo.
Per organizzare le idee o sbloccare una scena, sì. Per scrivere il libro, no: il testo generico si riconosce subito, e quello che nessuna macchina può metterci è l'unica cosa che rende il tuo libro tuo, cioè la tua voce.
Quando il testo è finito: Come pubblicare un libro
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ti risponde Giovanni Casali, coordinatore editoriale
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